Corso di Meditazione Vipassana 10

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Corso di Meditazione Vipassana 10

S.N. GOENKA
< I DISCORSI >
(parte decima)

(Questi discorsi, tenuti da S.N. Goenka durante un
corso di meditazione Vipassana, sono stati riassunti e
curati da William Hart)

– DISCORSO DEL DECIMO GIORNO –

– Ripasso della tecnica –

Sono passati dieci giorni. Rivediamo insieme ciò che
avete fatto in questo periodo.

Avete cominciato la vostra pratica prendendo rifugio
nella Triplice Gemma, cioè nel Buddha, nel Dhamma, nel
Saªgha. L’aver fatto ciò non vuol dire che vi siete
convertiti da una religione ad un’altra. In Vipassana vi è
conversione solo dall’infelicità alla felicità, dall’ignoranza
alla saggezza, dalla schiavitù alla liberazione. L’insegnamento,
nella sua totalità, è universale. Non avete preso
rifugio in una persona, in un dogma, in una setta, ma
nell’essenza dell’illuminazione.

Colui che scopre il cammino che porta all’illuminazione
è un Buddha, il cammino da lui scoperto si chiama
Dhamma, e tutti coloro che seguono questa via e
raggiungono lo stadio della santità sono chiamati Saªgha.
Ispirati da tali persone, si prende rifugio in Buddha,
Dhamma e Saªgha, per raggiungere la stessa meta di
purezza mentale. In realtà si prende rifugio
nell’universalità dell’illuminazione, in quella stessa qualità
che ci si sforza di sviluppare in se stessi.

Contemporaneamente, ogni persona che procede su
questo cammino sentirà nascere in sé un senso di gratitudine,
insieme alla volontà di servire gli altri senza aspettarsi
niente in cambio. Queste due qualità erano sviluppate
al massimo grado in Siddhattha Gotama, il Buddha
storico. Egli aveva raggiunto l’illuminazione con le sue
sole forze, eppure, per compassione verso tutti gli esseri,
volle insegnare agli altri la tecnica che aveva scoperto.

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Le stesse qualità si manifesteranno in chiunque pratichi
la tecnica e abbia un po’ sradicato la vecchia abitudine
all’egoismo. Il vero rifugio, la reale protezione è il
Dhamma che sviluppate in voi stessi. Ma, con l’esperienza
del Dhamma, sorgerà in voi un senso di gratitudine verso
Gotama il Buddha per aver trovato e insegnato questa
tecnica, insieme alla gratitudine per quelli che, nel corso
di questi venticinque secoli, si sono sforzati di mantenere
la purezza originale dell’insegnamento.

È con questo intendimento che avete preso rifugio nella
Triplice Gemma.

Poi vi siete impegnati ad osservare cinque precetti. Non
si è trattato né di un rito né di una cerimonia. Impegnandovi
ad osservare i precetti, avete praticato s²la, moralità,
che è la base della tecnica. Senza fondamenta
solide, l’intera struttura della meditazione risulterebbe
fragile.

Anche s²la è universale e non settaria. Vi siete
impegnati ad astenervi da qualsiasi azione, verbale o
fisica, che possa disturbare la pace e l’armonia degli altri.
Per venir meno a questi precetti, bisogna prima aver
generato una forte impurità mentale, che distrugge
innanzitutto la propria pace ed armonia. Questa impurità,
che sorge dapprima nella mente, si rafforza e si esprime in
parole e in azioni. Con Vipassana, voi vi sforzate di
purificare la mente in modo da renderla veramente calma
e pacifica. Ma non potete fare un proficuo lavoro di
purificazione mentale se continuate a compiere azioni che
agitano e contaminano la mente.

Come spezzare il circolo vizioso secondo il quale la
mente agitata induce ad azioni negative che la agitano
ancora di più? Un corso di Vipassana ve ne dà
l’opportunità. Grazie al programma intenso, alla disciplina

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severa, al voto di silenzio e all’atmosfera che vi sostiene
fortemente, esistono ben poche possibilità di venir meno
ai cinque precetti. Quindi, durante i dieci giorni del corso,
avete l’opportunità di praticare s²la, sulla cui base potete
sviluppare sam±dhi; questo, a sua volta, diventa il
fondamento della conoscenza profonda con cui potete
penetrare fino alle radici della mente, purificandola.

Per poter imparare questa tecnica, vi siete impegnati ad
osservare i cinque precetti durante il corso. Una volta imparata
la tecnica, chi decide di accettare e mettere in
pratica il Dhamma deve osservare quei precetti per tutta la
vita.

Sempre per la durata del corso, vi siete completamente
affidati al Buddha ed al vostro attuale maestro. Solo una
fiducia totale può far fare un’esperienza obiettiva della
tecnica.

Solo chi si abbandona al maestro, infatti, lavora al
massimo delle sue possibilità; dubbio e scetticismo
impediscono una pratica corretta. Fiducia, tuttavia, non
significa fede cieca, che non ha niente a che fare con
Dhamma. Fin dall’inizio siete stati invitati a chiarire
qualsiasi dubbio con l’insegnante, ogni volta che fosse
necessario.

Vi siete anche sottomessi alla disciplina ed all’orario del
corso. Questi sono stati studiati in base all’esperienza di
migliaia di precedenti studenti, allo scopo di permettervi
una pratica continua che vi faccia trarre il massimo
vantaggio da questi dieci giorni.

Aderendo incondizionatamente, vi siete impegnati a
lavorare in conformità a quanto vi veniva richiesto. Infatti
siete stati invitati a lasciar da parte qualsiasi tecnica
avevate potuto praticare in precedenza, per l’intero periodo
del corso. Solo usando questa tecnica in modo esclusivo e
nella maniera giusta, potevate valutarla correttamente e

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trarne beneficio. D’altra parte, mischiare le tecniche
avrebbe potuto farvi incappare in serie difficoltà.
Avete quindi iniziato il vostro lavoro praticando la
meditazione Anapana, per sviluppare sam±dhi: la
padronanza e la concentrazione della mente. Vi è stato
chiesto di osservare il respiro puro e semplice, senza
aggiungervi parole o immagini. Questa restrizione era
destinata a preservare l’universalità della tecnica: il respiro
è comune a tutti e la sua osservazione è accettabile da
chiunque, mentre una certa parola o un’immagine possono
non essere ugualmente ben accette.

C’è poi una ragione più importante per osservare il
semplice respiro. Tutto il processo consiste nell’esplorazione
della nostra vera natura, della nostra struttura
fisica e mentale quale essa è realmente, non come si
vorrebbe che fosse.

È un’indagine della realtà. Vi sedete e
chiudete gli occhi; niente suoni, distrazioni o movimenti
del corpo: in quel momento, la vostra attività più
importante è la respirazione. Cominciate allora con
l’osservare questa realtà: il respiro naturale, così come
entra ed esce dalle narici. Vi è stato detto che, quando vi
era difficile sentire il respiro, potevate respirare un po’ più
forte, semplicemente per fissare l’attenzione sulla zona
delle narici, per poi ritornare nuovamente al respiro
naturale, normale, leggero.

Avete iniziato da questa verità molto evidente e
concreta, per poi spingervi oltre, più in profondità, verso
verità più sottili, fino alla verità ultima. Ad ogni singolo
passo di questo cammino, voi lavorate con la verità che
state effettivamente sperimentando in quel momento,
andando dalla più superficiale alla più profonda. Non
potete raggiungere la verità ultima partendo dall’imma94
ginazione, perché questa vi invischia in ulteriori fantasie
ingannevoli.

Aggiungendo una qualche parola al respiro, avreste
forse potuto concentrarvi più rapidamente, ma questo
avrebbe comportato un pericolo. Avendo ogni parola una
sua particolare vibrazione, la sua ripetizione crea delle
vibrazioni artificiali in cui si rimane imprigionati, e si crea
uno strato di pace ed armonia alla superficie della mente;
ma, nel profondo, le impurità rimangono. Il solo modo di
sbarazzarsi di queste impurità profondamente radicate
consiste nell’imparare come osservarle e come farle venire
a galla, in modo che spariscano.

Se si osserva soltanto una certa vibrazione artificiale,
non si è in grado di osservare le varie vibrazioni naturali
collegate alle proprie impurità, ovvero le sensazioni che si
manifestano spontaneamente nel corpo. Pertanto, se lo
scopo è quello di esplorare la propria realtà e di purificare
la mente, l’uso di una parola suggerita dall’immaginazione
può rappresentare un ostacolo.

Anche la visualizzazione, che consiste nel rappresentarci
una forma od un’immagine, può divenire un
impedimento al nostro progresso. La tecnica conduce alla
dissoluzione della verità apparente, per arrivare alla verità
ultima. La verità apparente ed integrata è sempre piena di
illusioni, perché a questo livello opera saññ±, la
percezione, che è distorta dai condizionamenti passati.
Questa percezione condizionata differenzia e discrimina,
creando preferenze e pregiudizi e portando così a sempre
nuove reazioni. Ma se si disintegra la realtà apparente, si
giunge gradualmente a sperimentare la realtà ultima della
struttura mentale e fisica: semplici vibrazioni che, ad ogni
istante, sorgono e scompaiono. A questo stadio, nessuna

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differenziazione è più possibile, per cui non sorgono né
preferenze, né pregiudizi, né reazioni.

La tecnica porta ad un graduale indebolimento di
saññ± e, di conseguenza, delle reazioni, e conduce allo
stadio in cui percezione e sensazione cessano, e cioè
all’esperienza del nibb±na. Se, invece, si presta deliberatamente
attenzione ad un’immagine o ad una visione, si
resta al livello della realtà composta ed apparente, e non si
riesce ad andare oltre. Questa è la ragione per cui non vi
dovrebbero essere né visualizzazione né verbalizzazione.

Una volta ottenuta la concentrazione mentale attraverso
l’osservazione del respiro, avete iniziato a praticare la
meditazione Vipassana, per sviluppare paññ±, la
saggezza, la comprensione profonda della vostra natura,
che porta alla purificazione della mente. Avete cominciato
ad osservare le sensazioni che si manifestano
spontaneamente nel vostro corpo, dalla testa ai piedi,
iniziando in superficie e andando sempre più in
profondità, imparando a percepire le sensazioni all’interno
ed all’esterno del vostro corpo, in ogni sua parte.

Vipassana consiste dunque nell’osservare la realtà così
com’è, senza preconcetti, allo scopo di disintegrare la
verità apparente ed arrivare alla verità ultima. Disintegrando
la verità apparente, il meditatore può emergere
dall’illusione dell'”io”. Questa illusione è alla base di ogni
nostro attaccamento e di ogni nostra avversione, ed è
causa di grande sofferenza. Si può riconoscere intellettualmente
che l'”io” è un’illusione, ma ciò non basta per porre
fine alla sofferenza. Fino a quando persiste l’abitudine
all’egoismo, si continua ad essere infelici, indipendentemente
dalle proprie convinzioni religiose o filosofiche.

Per poter spezzare quest’abitudine, bisogna sperimentare
direttamente la natura inconsistente di questo fenomeno

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mentale e fisico, che cambia in continuazione al di fuori
del nostro controllo. Soltanto questa esperienza diretta può
dissolvere l’egoismo, tirarci fuori dall’attaccamento e
dall’avversione, affrancarci dalla sofferenza.

Questa tecnica, quindi, è l’investigazione diretta della
reale natura del fenomeno che chiamiamo “io”, “mio”. Vi
sono due aspetti di tale fenomeno: quello fisico e quello
mentale. Il meditatore comincia con l’osservare la realtà
del corpo. Per sperimentare questa realtà in modo diretto,
bisogna sentire il corpo, cioè essere consapevoli delle
sensazioni che si producono in esso. Pertanto l’osservazione
del corpo, chiamata k±y±nupassan±, comporta
necessariamente l’osservazione delle sensazioni:
ved±nanupassana. Analogamente, non si può
sperimentare la realtà della mente prescindendo da ciò che
si manifesta in essa. Quindi l’osservazione della mente,
citt±nupassan±, implica necessariamente la osservazione
dei contenuti della mente, dhamm±nupassan±.

Questo non significa che si debba osservare ogni
pensiero. Se proverete a farlo, sarete sopraffatti dai
pensieri. Dovete invece semplicemente rimanere consapevoli
dello stato della mente in un determinato momento:
osservare se in essa vi sia attaccamento, avversione,
ignoranza o agitazione. Il Buddha si rese conto che
qualunque cosa si manifesti nella mente, è accompagnata
da una sensazione fisica. Pertanto, sia che il meditatore
esplori l’aspetto fisico o quello mentale del fenomeno
chiamato “io”, la consapevolezza delle sensazioni è
essenziale. Questa scoperta è il contributo assolutamente
originale del Buddha, e di importanza fondamentale nel
suo insegnamento. Vi erano molti, in India, prima di lui ed
anche tra i suoi contemporanei, che insegnavano e
praticavano s²la e sam±dhi. Esisteva anche paññ±: e

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cioè, perlomeno a livello intellettuale, o per fede, si
riconosceva che le impurità mentali sono fonte di
sofferenza, e che, per poter purificare la mente e
raggiungere la liberazione, bisogna eliminare la bramosia
e l’avversione. Ma fu il Buddha a scoprire il metodo che
porta a questo risultato.

Fino ad allora non si era capita l’importanza delle
sensazioni. Si era sempre pensato, e lo si pensa tuttora,
che le reazioni fossero stimolate dagli oggetti esterni dei
sensi, e cioè da tutto ciò che vediamo, udiamo, odoriamo,
gustiamo, tocchiamo e pensiamo. Ma l’osservazione
realistica di ciò che avviene all’interno di noi rivela che,
tra l’oggetto e la reazione, esiste un anello di
congiunzione, la sensazione fisica, che era stato
semplicemente ignorato. Il contatto di un oggetto con
l’organo del senso corrispondente procura una sensazione;
saññ±, la percezione, ne dà una valutazione positiva o
negativa, a seguito della quale la sensazione diventa
piacevole o spiacevole, e si reagisce con bramosia o
avversione.

Questo processo avviene con una tale rapidità, che se ne
è consapevoli solo quando una data reazione si è ripetuta
parecchie volte ed ha acquistato una forza tale da
sopraffare la mente.

Per affrontare le reazioni, bisogna
divenirne consapevoli nel punto in cui esse hanno inizio, e
cioè a partire dalle sensazioni: dobbiamo quindi esercitare
la nostra consapevolezza sulle sensazioni. L’aver scoperto
questo fatto, che prima di lui era stato ignorato, permise a
Siddhattha Gotama di raggiungere l’illuminazione, ed è
per questo che egli sottolineò sempre l’importanza della
sensazione. La sensazione può portare a reazioni di desiderio
violento o avversione, e quindi alla sofferenza, ma
può anche condurre a quella saggezza per merito della

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quale si cessa di reagire e si comincia ad emergere dalla
sofferenza.

Qualsiasi pratica che interferisca con la consapevolezza
delle sensazioni, sia che si tratti di concentrazione su una
parola od un’immagine, o di attenzione esclusiva ai
movimenti corporei od ai pensieri che sorgono nelle
mente, non può che nuocere alla pratica di Vipassana. Non
si può sradicare la sofferenza a meno di risalire alla sua
origine: la sensazione.

Il Buddha spiega la tecnica di Vipassana nel
Satipa??h±na Sutta, il “Discorso sui Fondamenti della
Consapevolezza”. Questo discorso si divide in sezioni che
espongono i vari aspetti della tecnica: osservazione del
corpo, delle sensazioni, della mente e dei contenuti
mentali. Ogni parte, o suddivisione del discorso, tuttavia,
termina sempre con le stesse conclusioni. Qualunque sia
stato il punto di partenza della pratica, e ve ne possono
essere parecchi, il meditatore deve necessariamente
passare attraverso certe fasi, o determinate esperienze,
prima di arrivare alla meta finale. Queste esperienze,
essenziali per la pratica di Vipassana, sono appunto
descritte nelle frasi finali di ognuna delle sezioni del
Discorso.

Il primo stadio è quello in cui si sperimentano
separatamente il sorgere (samudaya) e lo svanire (vaya)
delle sensazioni. In questa fase, il meditatore percepisce la
realtà nel suo aspetto solido, integrato, sotto forma di
intense sensazioni fisiche. Egli è consapevole del fatto che
la sensazione, sia essa un dolore, od altro, si manifesta,
sembra durare per un po’ di tempo, ed infine scompare.

Oltrepassata questa fase, si penetra in quella di
samudaya-vaya, in cui il nascere e lo svanire delle
sensazioni vengono sperimentati simultaneamente, senza

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alcun intervallo. A quel punto le sensazioni solide ed
intense si dissolvono in vibrazioni sottili, che sorgono e
scompaiono con grande rapidità, e la struttura mentale e
fisica perde la sua consistenza. Intense emozioni e
sensazioni fisiche forti si dissolvono entrambe, dando
luogo a delle semplici vibrazioni. Questo è lo stadio di
bhaªga, dissoluzione, in cui si sperimenta la realtà ultima
della mente e della materia: un continuo sorgere e svanire,
senza alcuna solidità.

Bhaªga rappresenta una tappa molto importante lungo
il cammino, perché solo quando si sperimenta la
dissoluzione della propria struttura mentale e fisica
scompare il nostro attaccamento ad essa. Si diventa allora
distaccati di fronte ad ogni situazione; si entra cioè nella
fase di saªkh±ra-upekkh±. Le impurità sepolte nelle
profondità dell’inconscio saªkh±r± cominciano
ad apparire alla superficie della mente. Non si tratta di un
regresso, ma di un progresso, perché è necessario che le
impurità emergano, per essere sradicate. Vengono alla
superficie, noi le osserviamo con equanimità, ed esse
scompaiono l’una dopo l’altra. Si usano le sensazioni forti
e spiacevoli come mezzo per sradicare il vecchio deposito
di saªkh±r± di avversione; mentre le sensazioni sottili e
piacevoli sono gli strumenti con cui sradicare il vecchio
deposito di saªkh±r± di bramosia.

Mantenendo la consapevolezza e l’equanimità nei
confronti di qualsiasi esperienza, si purifica la mente dai
complessi annidati in profondità, e ci si avvicina sempre
più al nibb±na, alla liberazione. Qualunque sia il punto di
partenza, è necessario passare attraverso tutti questi stadi,
per arrivare al nibb±na. Il tempo che si impiega a
raggiungere questo traguardo dipende da quanto ci si

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impegna e dalla quantità di saªkh±ra accumulati, che
occorre sradicare.

In ogni caso ed in ogni situazione è comunque essenziale
che la consapevolezza delle sensazioni sia accompagnata
dall’equanimità. I saªkh±r± hanno origine dalle
sensazioni fisiche. Rimanendo equanimi verso le
sensazioni, si impedisce il sorgere di nuovi saªkh±r±,
eliminando nel contempo quelli vecchi. È quindi
osservando le sensazioni con equanimità che progredirete
a poco a poco verso la meta finale, che è la liberazione
dalla sofferenza.

Lavorate seriamente. Non fate della meditazione un
passatempo, provando con leggerezza una tecnica dopo
l’altra, senza applicarvi ad alcuna di esse. Così facendo,
non andrete mai oltre i gradini iniziali di ogni tecnica, e
non raggiungerete mai il traguardo. Ovviamente potete
provare varie tecniche, per scoprire quella che più vi si
adatta. Potete fare anche due o tre prove di questa tecnica,
se lo ritenete necessario. Ma non sprecate la vostra vita in
prove. Una volta che avete trovato la tecnica adatta,
impegnatevi seriamente in essa, in modo da raggiungere la
meta finale.

Che ovunque tutti coloro che soffrono possano trovare
il modo di liberarsi dall’infelicità.

Che tutti gli esseri siano felici!

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