Come Yoganandaji proteggeva miracolosamente i propri discepoli

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Come Yoganandaji proteggeva miracolosamente i propri discepoli

di Swami Kriyananda

(Donald Walters) SWAMI KRIYANANDA

IL SENTIERO – Autobiografia di uno yogi occidentale, discepolo di
Paramahansa Yogananda

Traduzione di MAURO MERCI

EDIZIONI MEDITERRANEE – ROMA

DIO PROTEGGE I SUOI FEDELI

Norman entro’ un giorno in refettorio con un aspetto stravolto. “Questa
mattina”, annuncio’ con voce tremante, stavo scendendo da Mount Washington
con l’autocarro piu’ grosso e, arrivato al punto piu’ ripido della collina,
pestai sul freno per rallentare prima della curva a gomito che c’e’ in
fondo, ma il piede giunse al pavimento senza incontrare resistenza!
schiacciai di nuovo il pedale freneticamente, niente! Ormai il camion stava
andando così velocemente che sarebbe stato impossibile innestare una marcia
piu’ bassa. Mi rendevo conto che di lì a pochi minuti sarei precipitato nel
baratro e mi sarei ammazzato. Disperato, pregai il Maestro.

“E’ questo che vuoi?”.

“Improvvisamente l’autocarro rallento’ fino a fermarsi! I freni continuavano
a non funzionare, ma riuscii a parcheggiare sano e salvo con la marcia
innestata e a bloccare la ruota anteriore”.

“Che fortuna”, concluse, “avere come guru un maestro che ha conseguito la
suprema realizzazione!”.

Constatammo sovente che, come discepoli di un grande yogi, ci bastava
soltanto rivolgere un appello mentale al nostro Maestro perche’ le disgraz
ie fossero prontamente stornate da noi.

Un anno prima del salvataggio miracoloso di Norman, Jerry Torgerson, un
altro discepolo, fece l’autostop per recarsi a Los Angeles. Questo modo di
viaggiare era in contrasto con i consigli del Maestro, ma Jerry, come molti
altri giovani americani, era si puo’ dire cresciuto facendo l’autostop e la
casuale proibizione del Maestro non era ovviamente sufficiente a indurlo a
mutare le sue abitudini in materia.

“Mi raccolsero tre tizi”, ci racconto’. “stavamo viaggiando, quando tutt’a
un tratto – non saprei dire come – seppi che erano criminali.

“Voglio scendere subito”, dissi loro, ma non accennarono neppure a fermarsi.
Dopo qualche chilometro abbandonammo la strada principale e l’automobile si
inoltro’ nell’aperta campagna fino a una casa isolata. Uno degli uomini
scese, gli altri rimasero nella vettura con me. Non riuscivo a immaginare
quali intenzioni avessero, ma vi posso dire che ero terrorizzato. Cominciai
a pregare il maestro perche’ mi venisse in aiuto”.

“Il tizio che era sceso si diresse verso l’ingresso principale e busso’.
Nessuno rispose. Giro’ allora attorno a tutta la casa, picchiando e
chiamando a gran voce a ogni porta o finestra, ma ancora non ebbe risposta.
I due rimasti in macchina cominciarono allora a preoccuparsi. “Su dai,
andiamocene di qui!”, lo chiamarono nervosamente. L’altro ritorno’, agitato
quanto loro. Ritornammo sulla strada principale e la’, finalmente, mi
lasciarono scendere. Appena ebbi sbattuto la portiera dietro di me,
ripartirono a gran velocita’”. “Non seppi mai cosa pensassero di fare, ma
provai la netta impressione che progettassero di utilizzarmi in qualche
azione criminosa”.

“Non parlai con nessuno dell’accaduto. Ma la domenica seguente, quando, dopo
il servizio, mi accostai al Maestro per la benedizione, egli, appena mi
vide, mi disse in tono di rimprovero: “Vedi Jerry? Te l’avevo detto di non
fare l’autostop! Mi e’ toccato tappare le orecchie a tutta la gente che
abitava quella casa perchè non udissero i richiami di quell’uomo”.

Alcuni mesi piu’ tardi, Joe Carbone e Henry Schaufelberger (ora fratelli
Bimalananda e Anandamoy) stavano intonacando la torre a forma di fior di
loto che sovrasta l’arcata di ingresso ai giardini della chiesa SRF di
Hollywood. Joe impastava la calcina e la portava a Henry che, a un’altezza
di circa sei metri, la stendeva con la cazzuola sul muro. La scala a pioli
usata da Joe era appoggiata al muro in posizione troppo eretta. Durante una
arrampicata, quando egli fu giunto in cima e fece per aggrapparsi all’ultimo
piolo, lo manco’. Il pesante giornello che reggeva sulle spalle lo
sbilancio’ all’indietro ed egli non riuscì ad afferrare il piolo nemmeno con
l’altra mano. Un salto di sei metri con quel peso sulle spalle avrebbe
significato senza dubbio schiantarsi al suolo e morire. Accortosi che era
ormai troppo tardi per salvarsi, il pensiero di Joe volo’ al Maestro ed egli
intono’ l'”Om” a gran voce. Entrambi testimoniarono in seguito cosa
successe. Mentre Joe cantava, una forza invisibile lo spinse lentamente da
dietro finche’, di nuovo in posizione eretta, pote’ afferrarsi saldamente al
piolo. Boccheggiando di sollievo per lo scampato pericolo, il monaco
completo’ la scalata.

Andy Anderson, il capomastro, era un carpentiere e muratore professionista
assunto all’esterno del monastero per sovrintendere al lavoro. Non sapeva
nulla della nostra filosofia e sovente motteggiava sul fatto di star
lavorando con “tutti questi yogi”, ma non c’era alcun dubbio nella sua voce
quando mi racconto’ di essere stato testimone di un caso di protezione
miracolosa.

“Mi sorprende il fatto che non vi siate ammazzati tutti durante quel lavoro
. Non eravate mai abbastanza prudenti. Un giorno che ero presente in
cantiere, qualcuno lascio’ cadere dall’impalcatura una trave lunga cinque
per dieci senza neppure dare un’occhiata di sotto dove stava un altro di voi
yogi che, per quanto posso dire, non si curava neppure del suo lavoro! La
longarina colpì il suolo formando con esso un angolo tale che non avrebbe
potuto assolutamente mancarlo, cadendo. L’avrebbe quasi sicuramente ucciso”.
Attento!”, urlai. Proprio in quel momento, la trave – bada bene che era gia’
inclinata nella sua direzione! – si rizzo’ di nuovo sulla perpendicolare e,
che Dio mi aiuti!, si abbatte’ al suolo nella direzione opposta! Sono certo
di non aver avuto le traveggole!. Andy finì per diventare anche lui un
discepolo laico.

James Coller ci racconto’ di un altro incidente, occorso la volta che
raccolsero un autostoppista. I due monaci erano seduti davanti. “Non c’era
posto per lui davanti, quando lo raccogliemmo”, ci narro’ James, “e allora
si sedette sul sedile posteriore. alcuni minuti dopo, mentre stavamo
continuando il nostro viaggio, udii improvvisamente una voce risuonare nel
mio orecchio interno: “Attento! Ha un coltello!”. Mi voltai di scatto.
L’uomo stava proteso in avanti con sul viso un ghigno diabolico. La mano era
levata e impugnava un coltello. Era proprio sul punto di colpire il ragazzo
che mi sedeva accanto e che, non sospettando nulla, guardava placido la
strada di fronte a se'”.

“Getta quel coltello!”, gli ordinai con severita’.

Quello fu talmente sorpreso che mi obbedì. Arrestai la vettura e l’uomo
scese senza pronunciar parola. Sono quasi trent’anni che seguo questo
cammino verso il compimento spirituale e non riesco a ricordare un solo caso
in cui un discepolo di Paramahansa Yogananda abbia mancato di trovare
protezione quando ne aveva realmente necessita’. Se si considera la
lunghezza del periodo e le migliaia di discepoli che ho conosciuto nel
frattempo, e’ davvero un primato sorprendente.

I casi piu’ singolari si verificarono quando a esservi implicati erano
coloro che avevano posto senza riserve la loro vita nelle mani del Guru.

Il dottor Lewis mi narro’ un episodio simile a quello di cui era stato
protagonista Norman, avvenuto in una rigida notte d’inverno, in
Massachusetts, mentre era fuori in automobile. Erano con lui due
condiscepoli, la signorina Laura Elliott e la signorina Alice Haseu (sorella
Yogmata). D’improvviso, mentre si approssimavano a uno stretto ponte, si
trovarono la via bloccata da un’altra vettura che era slittata fino a porsi
di traverso sulla strada ghiacciata. Lo schianto parve loro inevitabile.

“In quell’istante”, racconto’ il dottor Lewis, “sentimmo come se una mano
gigantesca stesse premendo sul cofano dell’automobile. Rallentammo
immediatamente fino a fermarci sani e salvi senza uscire di strada”.

Il senor J. M. Cuaron, direttore del centro SRF di Citta’ del Messico, mi
riferì il seguente episodio.

“Ero in cattive acque e avevo bisogno di un lavoro, ma per molto tempo non
riuscii a trovarne uno in qualsiasi posto mi rivolgessi. Poi, un giorno, mi
giunse un’eccellente offerta da una societa’ di Matamoros. Accettare quel
lavoro avrebbe significato abbandonare Citta’ del Messico. Scrissi pertanto
al Maestro chiedendo il suo permesso di affidare il centro SRF alla cura di
qualcun altro. Consideravo quella lettera una pura formalita’: ero certo che
il Maestro si sarebbe congratulato con me per la mia buona sorte. Immagina
quindi la mia sorpresa quando mi giunse un telegramma di risposta:

“No, assolutamente no. Non accettare quel lavoro a nessuna condizione”.

Devo ammettere che rimasi piuttosto turbato, ma, comunque, obbedii”.

“Un mese piu’ tardi fu pubblicata su tutti i giornali la notizia che la
societa’ che mi aveva offerto quel lavoro era sotto processo per truffa. I
suoi funzionari erano stati incarcerati, compreso l’uomo che aveva occupato
il posto che mi era stato offerto. Il poveraccio non aveva avuto modo di
rendersi conto della disonesta’ della ditta, come d’altronde sarebbe
successo a me, ma, in considerazione della sua posizione, era stato
ugualmente incriminato. Fu soltanto per grazia del Maestro che mi fu
risparmiata una tale sventura!”.

Naturalmente, nella vita si devono affrontare delle prove, tanto piu’
quando si sia imboccato il sentiero spirituale. Se infatti i fedeli vogliono
sfuggire alle spire di maya (l’illusione), essi debbono imparare le lezioni
necessarie a sviluppare la loro saggezza. Il maestro non ci risparmio’ mai
le prove che ci erano necessarie per crescere.

Per esempio, anche se nell’occasione appena citata salvo’ il senor Cuaron
dalla vergogna dell’arresto, non lo aiuto’ pero’ mai a trovare l’impiego
che egli desiderava tanto ansiosamente, poiche’ di fatto al senor Cuaron non
mancava il denaro sufficiente per vivere con semplicita’, come si conviene a
uno yogi che ha rinunciato al mondo.

Il Maestro non vide evidentemente alcuna buona ragione per aiutarlo a
riacquistare l’elevato tenore di vita da lui condotto in precedenza. Le
prove alle quali ci trovammo sottoposti si rivelavano quindi sempre
benefiche. Quanto alle disgrazie che ci minacciavano direttamente, esse ci
venivano risparmiate dal Maestro, anzi venivano rimosse completamente dal
nostro cammino anche quelle prove che non erano strettamente necessarie alla
nostra crescita spirituale.

Ricordo come “tolse la iella di dosso” a un allievo, che non era neppure fra
i discepoli piu’ affezionati, e che trovava fatica a guadagnarsi da vivere.
Era il fratello di Jean Haupt, Richard. Non passo’ molto tempo
dall’intercessione del Maestro che l’uomo potè vivere nell’agiatezza.

Nel 1955 mi recai in Svizzera per un giro di conferenze e la’ conobbi una
signora cecoslovacca che mi racconto’ un episodio del quale era stato
protagonista il professor Novicky, l’ultimo direttore dello sparuto gruppo
SRF di Praga.

“Un giorno”, disse, “dopo la morte di Yogananda, un estraneo si presento’ a
casa del professor Novicky chiedendo di essere istruito sullo yoga. Il
professore non sapeva che fare. Di solito manteneva il segreto sulle sue
attivita’ spirituali, per non esporsi a persecuzioni. Se l’uomo fosse stato
un ricercatore sincero, nessuno piu’ di lui avrebbe desiderato aiutarlo; se
pero’ si fosse trattato di una spia governativa, ammettere di occuparsi di
yoga avrebbe significato l’arresto immediato e la condanna.

Il nostro amico prego’, chiedendo d’essere guidato, e d’improvviso, alle
spalle del sedicente devoto, comparve Paramahansa Yogananda. Il Maestro
scosse lentamente il capo e svanì. Il professor Novicky rispose all’uomo
che non era lì che poteva trovare le informazioni desiderate e, qualche
tempo dopo, seppe che l’uomo era davvero una spia governativa”.

“Posso raccontarvi liberamente questa storia adesso”, continuo’ la mia
informatrice, “perche’ il buon professore e’ morto di recente per cause
naturali”.

Nel 1959, anche la mia vita fu salvata in modo degno di nota. Il fatto
avvenne in India, a Dakshineswar, fuori Calcutta, dove mi stavo occupando
dei preparativi per un raduno religioso, la cui principale oratrice sarebbe
stata Daya Mata. Faceva parte del mio compito l’installazione dell’impianto
di amplificazione del suono. Avevo afferrato con entrambe le mani l’asta del
microfono per spostarlo, quando improvvisamente una scarica elettrica di
duecentotrenta volt mi percorse il corpo, sollevandomi letteralmente da
terra. Senza volerlo, gridai. Un voltaggio tanto elevato fa contrarre i
muscoli ed e’ impossibile quindi lasciare la presa su qualsiasi cosa si
abbia fra le mani. Incapace per questo motivo di mollare l’asta metallica
sarei certamente morto se proprio in quell’istante non fosse saltato
inspiegabilmente un fusibile.

L’inizio del raduno fu ritardato di una mezz’ora giusto il tempo di
rintracciare un nuovo fusibile, ma la mia vita fu risparmiata. L’unica
conseguenza che ebbi a patire fu una leggera irregolarita’ nel battito
cardiaco che duro’ pero’ soltanto due o tre giorni. Presto o tardi,
naturalmente, la morte sopraggiunge per tutti. Fui sempre colpito, pero’,
dalla bellezza e dalla dignita’ con le quali essa visito’ i devoti di questo
sentiero. Un assiduo frequentatore della nostra chiesa di Hollywood morì di
un collasso cardiaco. La moglie in seguito mi racconto’:

“Nei suoi ultimi anni, mio marito mi sussurro’ con affetto: “Non soffrire,
mia cara. Sono tanto felice! Vedo una luce radiosa, una luce così radiosa
tutt’intorno”.

Un altro membro della chiesa, che aveva conosciuto il Maestro fin dai suoi
primi anni in America, esclamo’ in punto di morte: “Swamjij e’ qui!”; e sul
suo viso raggiante aleggio’ un beato sorriso. Le ultime parole di sorella
Gyanamata furono: “Quale gioia! Troppa gioia! Troppa gioia!”.

I discepoli morti di cancro o di altre malattie molto dolorose trapassarono
sempre in pace, con un sorriso sulle labbra. Si additano comunemente le
sofferenze dell’umanita’ come prova del fatto che Dio non esiste, o che, se
esiste, non si cura dei Suoi figli umani.

La risposta di Paramahansa Yogananda a questa accusa era che sono gli uomini
a non curarsi abbastanza di Dio, in modo da attrarne, per armonia, l’aiuto.
Con la loro indifferenza essi generano i problemi dei quali, subito dopo,
attribuiscono a Lui la colpa con tono d’accusa. Chi gira con gli occhi
chiusi di giorno puo’ andare a sbattere contro qualcosa e ferirsi. Chiudendo
gli occhi alla luce si diviene il creatore della propria oscurita’. Serrando
il cuore all’amore, si e’ creatori del proprio timore, del proprio odio,
della propria apatia.

Precludendo l’anima alla gioia si genera la propria infelicita’. Caso dopo
caso, ho potuto veder adempiersi la promessa di Yogananda che i fedeli
devoti del cammino da lui tracciato sarebbero stati protetti.

“Coloro che al termine della loro vita, saranno in sintonia”, promise anche
, “troveranno me, o uno degli altri Maestri, a condurli nel regno divino”.

Le parole del grande Swami Shankaracharya hanno trovato piena
giustificazione nella vita di Paramahansa Yogananda.

“Nei tre mondi non si conosce nulla di paragonabile a un autentico guru”.

Il segno maggiore dell’aiuto che Dio accorda ai Suoi devoti e’ forse il
fatto che, quando l’anima aspira ardentemente a Lui, Egli le impartisce la
suprema benedizione di un Maestro risvegliato in Dio che la guidi lungo la
strada che conduce all’Infinito.

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