Che cosa significa veramente meditare – 3

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Che cosa significa veramente meditare – 3

Autore: Massimo Rodolfi

Meditare significa, come abbiamo visto in precedenza, praticare quell’attività della mente che
Patanjali chiama la disciplina, samyama. Ossia dharana, la concentrazione, dhyana, la meditazione e
samadhi, lo stato di unione. Quest’ultima condizione viene definita con nomi diversi nelle varie
tradizioni, come ad esempio nirvana, illuminazione, estasi etc. Tutte concordano però, nel
descriverla come uno stato di completa libertà dall’ignoranza e dalla sofferenza, nonché di piena
partecipazione alla vita, nel suo aspetto celeste, assoluto, divino etc. Realizzare questo modo di
essere, oltre che dipendere da quelle che, per ora, definiremo semplicemente corrette pratiche di
vita, è impossibile senza agire ciò che Buddha definisce retta meditazione, come ottavo e più
importante punto del suo ottuplice sentiero.

Tipicamente la concentrazione viene applicata ad oggetti particolari, come immagini sacre, sacri
suoni, preghiere etc, tali che possano facilmente condurre il praticante ad uno stato di meditazione
su qualità elevate della vita. Patanjali però si riferisce alla disciplina come ad una semplice
funzione della mente che, con l’esercizio, può anche divenire automatica. Cioè si può instaurare una
condizione di non perturbazione, nirodha, del nostro processo senziente, che in pratica corrisponde
ad essere costantemente in meditazione. Questo fatto non è per niente banale, perché significa che
su qualsiasi cosa io diriga la mia concentrazione, la mia mente inizia subito a percepire gli
aspetti qualitativi che stanno al di là di quella forma. Il perdurare della meditazione mi fa essere
in samadhi, cioè mi fa riconoscere la sostanziale unità condivisa da tutti gli esseri esistenti.
Come vedete, meditare non significa fare il vuoto mentale, bensì sviluppare un’attività della mente
che la fa aderire agli aspetti oggettivi ed essenziali di tutta la realtà. Questa condizione è il
risultato dello sviluppo di una percezione che va al di là della normale condizione umana e che
dischiude all’uomo le cosiddette dimensioni occulte della vita, quelle di cui, da sempre, tutte le
tradizioni esoteriche e religiose raccontano all’umanità.

Si apre la possibilità di cominciare ad indagare ciò che sta al di là della forma e della materia
fisica, come i corpi sottili, i chakra, le aure etc, ossia tutti gli aspetti non materiali della
coscienza. Il nostro autore poi, nel terzo capitolo del suo libro, ci parla di una infinità di
siddhi, o poteri, che si sviluppano con la pratica della disciplina, specificando molto bene però
che, pur esistendo come funzioni della vita, questi poteri non sono il fine della ricerca umana,
quanto piuttosto gli effetti di un naturale sviluppo. E’ meglio ribadire chiaramente questo concetto
perché la ricerca del potere, o dei poteri, è una delle distorsioni più pericolose della nostra
natura umana. Coltivare questo desiderio distorce abbondantemente la nostra percezione del mondo e,
non di rado, ci può indirizzare su occulti sentieri del male, che si costruiscono sull’egoismo,
l’ignoranza e la distruttività. Patanjali invece ci ricorda come la pratica dell’innocuità nei
confronti di ogni essere vivente debba essere, in verità, la prima ed assoluta norma della nostra
esistenza, al di là di qualsiasi potere. Come del resto ci ha ricordato anche san Paolo, là dove
afferma che qualsiasi carisma, senza l’amore, non è niente.

Certo però che, in questo stato di perenne meditazione, di unità e continuità con la vita, la nostra
visione del mondo si eleva rispetto a quella “normalmente” umana, estendendosi a comprendere la
totalità dell’esistenza, comprese tutte le sue frequenze più sottili.

In Lettere sulla meditazione occulta Alice Ann Bailey, che riporta gli insegnamenti del maestro
Tibetano, si afferma che in pratica si può meditare sulla forma, sul colore e sul suono. Questi tre
aspetti comprendono tutte le possibili modalità di meditazione, di tutte le tradizioni, comprese le
paperelle nel laghetto. Veramente questo discorso potrebbe diventare molto complesso e di sicuro non
è questo il luogo adatto per svilupparlo, però, anche se in modo estremamente sintetico, non
possiamo non rilevare che la realtà stessa, anche nelle sue strutture più dense è costituita
essenzialmente di forma, colore e suono. Fra l’altro l’approfondimento della conoscenza di questi
aspetti, a partire dal piano fisico, potrà dare luogo a delle tecnologie impensabili e a dei metodi
terapeutici molto interessanti. Giusto per far viaggiare l’intuizione, è di questi giorni l’annuncio
della decodifica del “suono” del dna umano. Non dobbiamo dimenticarci che “all’inizio era il Verbo”
e che, anche da un punto di vista scientifico, possiamo affermare che ogni cosa esistente esprime
una sua vibrazione fondamentale. Ossia il suo nome segreto, secondo le conoscenze degli antichi
egizi, o il suo mantra, secondo la tradizione indiana. Da decenni poi, per esempio, si fanno
esperimenti di cromoterapia, mentre, fra i vari studi di laboratorio a cui è stata sottoposta la
meditazione, spiccano anche quelli condotti per verificare gli effetti prodotti sull’uomo della
concentrazione su forme particolari, come i mandala tibetani. Quindi, sia che manteniamo fissa la
nostra concentrazione sul sacro cuore di Gesù, visualizzato di un bel rosso acceso, recitando una
preghiera, o che stiamo mantenendo l’attenzione su un mandala, coi suoi bei colori, recitando un
mantra, oppure che stiamo visualizzando le paperelle dentro il nostro laghetto, raccontandoci una
storia, in realtà stiamo meditando usando forma, colore e suono. Ovviamente, ognuno può
comprenderlo, da Gesù alle paperelle c’è una bella differenza di vibrazione, cioè di contenuti
qualitativi oltre che formali, quindi anche di effetti prodotti.

Già, perché che effetti produce la meditazione? Sempre secondo A.A. Bailey nel già citato testo, la
meditazione produce quattro effetti fondamentali: 1. Produce contatto egoico ed allineamento 2.
Origina una condizione di equilibrio 3. Rende stabile la vibrazione 4. Aiuta a trasferire la
polarizzazione. Che tradotto, molto semplicemente, vorrebbe dire: 1. Fa sì che gli aspetti che
compongono la personalità, fisico, emotivo e mentale entrino progressivamente in rapporto con quel
principio superiore della coscienza che chiamiamo anima o Ego. Questo fatto purifica e trasforma i
tre corpi inferiori, fisico, astrale e mentale, “allineandoli”, cioè rendendoli via via più
responsivi alla volontà sintetica ed inclusiva dell’anima. 2. La meditazione produce relativo
equilibrio nella vita interiore di questi corpi, rendendo possibile una tensione verso l’alto dei
Cieli, cioè sempre l’anima, che di fatto sposterà progressivamente più in alto questo equilibrio,
elevando di fatto il livello della coscienza. 3. Lavorando in modo scientifico alla trasformazione
del proprio essere si va sistematicamente nella direzione della stabilizzazione dei conseguimenti.
Tutti provano gioia e dolore, in maniera apparentemente casuale, l’evoluzione, accompagnata dalla
pratica della meditazione, rende più stabili i conseguimenti armonici della coscienza 4. Normalmente
l’essere umano è polarizzato sulle sue emozioni o sulla sua mente, il processo di assorbimento della
percezione su frequenze elevate, determinato dalla meditazione, di fatto aiuta l’uomo ad essere
centrato in maniera più stabile sulla vibrazione dell’anima.

Difficilmente però il meditante, mentre vive questi processi, se ne renderà conto in maniera così
precisa. La percezione, sul versante dell’aspirante sul sentiero, è piuttosto quella di una caotica
ridda di avvenimenti dai quali non può prescindere. La vita è un tumulto di contraddizioni tra una
inspiegabile e, per lungo tempo, indefinita aspirazione verso la “spiritualità”, o la “verità”, da
una parte, e il persistere di odiosi ed indesiderati aspetti del proprio carattere, che continuano
violentemente a manifestarsi. Ci vuole “molta” meditazione per cominciare a radicare in sé una
maggiore stabilità e consapevolezza, perlomeno di un sentiero in divenire, dal quale, ad un certo
punto, ci si rende conto che non ci si allontanerà mai più. La chiave interpretativa della realtà,
che pure si è elaborata in questo subbuglio della coscienza, diviene imprescindibile e si realizza
finalmente che, anche se non si è giunti, ammesso che esista, all’approdo finale del proprio
peregrinare, ora sappiamo che gli strumenti a nostra disposizione, come ci hanno portato fin qui,
così ci porteranno a destinazione.

Finalmente si inizia ad apprezzare la semplicità e l’efficacia della disciplina e non ci si chiede
più se è giusto meditare o cercare di vigilare consapevolmente nei confronti del proprio
comportamento. E’ normale sedersi, chiudere gli occhi rivolgere l’attenzione all’oggetto della
propria meditazione, perdere la concentrazione, riportare l’attenzione là dove vogliamo che sia,
altalenando continuamente tra distrazione ed elevazione, fino a quando l’altalena si fermerà. Così
come è normale portare l’attenzione ai moventi delle proprie azioni, cercando di modificarli da
distruttivi a creativi ed innocui, accettando che, pur riconoscendo la propria rabbia, a volte non
si può fare a meno di lasciarla esplodere, fino alla prossima occasione, quando, forse, riusciremo a
fare meglio…Credetemi, c’è molto altro da scoprire oltre le paperelle nel laghetto.

Massimo Rodolfi

Copyright Draco Edizioni 2007

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