CARL GUSTAV JUNG: MAPPE PSICHICHE

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CARL GUSTAV JUNG: MAPPE PSICHICHE

di Mirella Costa

Analizziamo qui una mappa della coscienza di Carl Gustav Jung e in parte da lui commentata: “La
coscienza è per così dire una superficie o una pellicola che si distende su un’ampia area inconscia
di cui non ci è nota l’estensione”.

Un quinto o un terzo o forse anche la metà della nostra vita di uomini trascorre in una condizione
di incoscienza. La nostra prima infanzia è incosciente. Ogni notte sprofondiamo nell’inconscio,
usufruendo di una coscienza più o meno chiara soltanto in certe fasi che stanno fra la veglia e il
sonno. Dobbiamo ammettere che quando diciamo “Io” non possediamo un criterio assoluto per sapere se
abbiamo o no una completa esperienza di questo “Io”. Può darsi che la nostra percezione dell’Io sia
ancora frammentaria e che nel futuro ci saranno delle persone che sapranno ciò che l’Io significa
per l’uomo in modo molto più completo di quanto facciamo noi attualmente. La coscienza è, per così
dire, una superficie o una pellicola che si distende su un’ampia area inconscia di cui non ci è nota
l’estensione. Oltre a ciò lo psichismo cosciente è caratterizzato da una certa limitatezza. In un
dato momento esso può accogliere simultaneamente soltanto un numero ristretto di contenuti. In
quell’istante tutto il resto è inconscio e noi riceviamo l’impressione di una sorta di compatta
continuità della sfera cosciente o percepiamo e comprendiamo una generale coerenza soltanto
attraverso il succedersi e l’alternarsi di tali “istantanee” coscienti. Non possiamo mai cogliere
una immagine della totalità perché la nostra coscienza è troppo limitata; possiamo soltanto
osservare lampi di esistenza. E’ sempre come se guardassimo attraverso una fessura in modo da vedere
soltanto un particolare settore, tutto il resto è oscuro e in quel momento noi non ci rendiamo conto
di ciò. L’area dell’inconscio è immensa e non si interrompe mai, mentre l’area della coscienza è un
campo ristretto di visione momentanea e mutevole.

La coscienza è senz’altro il prodotto della percezione e dell’orientamento nel mondo esterno. Essa è
probabilmente localizzata nel cerebrum, che è di origine ectodermica e che fu probabilmente un
organo sensoriale della pelle al tempo dei nostri lontani progenitori. La coscienza, in quanto
deriva da codesta localizzazione nel cervello, conserva quindi probabilmente questo aspetto della
sensazione e dell’orientamento. Non è un caso che gli psicologi francesi e inglesi degli inizi del
XVII e del XVIII secolo abbiano cercato di far derivare la coscienza dalle sensazioni come se essa
consistesse unicamente di dati sensoriali. Ciò si trova espresso nella famosa formula Nihil est in
intellectu quod non fuerit in sensu. Si può osservare qualcosa di simile nelle moderne teorie
psicologiche. Freud per esempio non fa derivare gli elementi consci dai dati sensoriali, bensì
l’inconscio del conscio, il che rappresenta il medesimo punto di vista razionale.

Secondo me la questione va posta in modo capovolto: io direi che la cosa che viene per prima è
ovviamente l’inconscio e la coscienza sorge effettivamente da una condizione inconscia. Nella prima
infanzia agiamo inconsciamente; le funzioni più importanti di una natura istintiva sono inconsce e
la coscienza è più che altro il prodotto dell’inconscio. Questo processo richiede i più violenti
sforzi. Vivere consciamente è faticoso e può condurre allo sfinimento. Lo sviluppo della coscienza è
uno sforzo quasi innaturale. Se si osservano degli uomini primitivi, per esempio, si vedrà che alla
minima provocazione o anche senza alcuna provocazione essi diventano assenti e, per così dire,
scompaiono. Possono stare seduti per ore di seguito, e quando gli si chiede: “Cosa stai facendo? A
cosa pensi?” essi si sentono offesi, perché dicono: “Soltanto un pazzo pensa, ha pensieri nella
testa. Noi non pensiamo”. Se pensano per davvero, lo fanno più che altro con ventre o col cuore.
Alcuni appartenenti a tribù negre sono persuasi che i pensieri risiedano nel ventre: perché essi si
rendono conto soltanto di quei pensieri che recano effettivo disturbo al fegato, agli intestini o
allo stomaco. In altre parole essi sono consci unicamente dei pensieri emotivi. Affetti ed emozioni
sono sempre accompagnati da evidenti innervazioni fisiologiche.

Gli indiani Pueblo mi dissero che tutti gli americani sono pazzi, e naturalmente io rimasi piuttosto
meravigliato e chiesi loro perché. “Ebbene” risposero “essi affermano di pensare con le loro teste.
Nessun uomo normale pensa con la testa. Noi pensiamo col cuore”. Questi uomini si trovano ancora,
per così dire, nell’epoca omerica, allorché il diaframma (Diaphragma, phren = spirito, anima) era la
sede dell’attività psichica. Ciò comporta una localizzazione psichica di natura differente. Il
nostro concetto di coscienza colloca il pensiero nelle nostre teste così magnificate. Gli indiani
Pueblo fanno invece derivare la coscienza dall’intensità del sentimento. Per loro non esistono
pensieri astratti. Poiché gli indiani Pueblo sono adoratori del sole, presentai loro il noto
argomento di Sant’Agostino. Spiegai loro che Dio non è il sole ma colui che ha creato il sole. Essi
non potevano accettare ciò in quanto non riescono ad andare al di là delle percezioni dei loro sensi
e dei loro sentimenti. Per questa ragione la coscienza e il pensiero sono, secondo loro, localizzati
nel cuore. Per noi, d’altro lato, le attività psichiche non hanno alcun significato. Riteniamo che
sogni e fantasie siano localizzate “giù in fondo” e perciò vi è chi parla del subsconscio, cioè di
quelle cose che stanno sotto la coscienza.

Il fatto importante riguardo alla coscienza è che nulla può essere conscio senza un Io a cui fare ‘
riferimento’ Se qualcosa non è messo in relazione con l’Io, allora non è conscio. Si può quindi
definire la coscienza come una relazione con l’Io di fatti psichici. Che cos’è questo Io? L’Io è un
stato di tipo-complesso che è innanzitutto costituito da una coscienza generale del proprio corpo e
della propria esistenza, e secondariamente dai dati della propria memoria; si ha una certa idea di
essere stati e si possiede una lunga serie di ricordi. Questi due sono gli elementi costitutivi
fondamentali di ciò che chiamiamo l’Io. Si può quindi indicare l’Io come un complesso di fatti
psichici. Questo complesso possiede un grande potere di attrazione, come se fosse un magnete: attira
taluni contenuti dall’inconscio, cioè da quell’oscuro regno di cui nulla sappiamo; attira anche
impressioni dall’esterno, e quelle parti che entrano in connessione con l’Io diventano consce. Se
ciò non avviene, esse restano inconsce.

La mia idea dell’Io è che esso sia una specie di complesso. Naturalmente il nostro Io è il complesso
che prediligiamo, quello a cui siamo più attaccati e affezionati. E’ sempre al centro della nostra
attenzione e dei nostri desideri e rappresenta il punto focale assolutamente indispensabile della
coscienza.

fonte: digidownload.libero.it/maloca

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