Buddismo e vegetarismo

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Domanda: “Io sono vegetariana. Spesso la gente mi domanda
perché non mangio carne. Puoi spiegarmi, per favore, che
cosa ha detto il Buddha a proposito del vegetarismo, in
modo che possa spiegarmi meglio? Vorrei che mi spiegassi
anche la differenza tra la vita animale e quella vegetale.”

Risposta: Molte persone intrattengono la convinzione
sbagliata che si commetta peccato (akusala kamma) mangiando
carne, ma se si studiano con attenzione gli insegnamenti del
Buddha risulta chiaro che lui non chiese mai ai suoi
seguaci di astenersi dalla carne. Aveva un’ottima ragione
per comportarsi così, e molto semplice, se si analizzano i
suoi insegnamenti: se mangiar carne fosse un’azione insana
(akusala kamma) il Buddha l’avrebbe inclusa tra i cinque
precetti. Ma tra i cinque precetti c’è soltanto: “Mi
impegno ad osservare il precetto di astenermi dall’uccidere
qualunque essere vivente”.

Approfondendo lo studio del primo precetto, il Buddha disse
che per portare a termine un’uccisione si devono dare cinque
condizioni: 1) ci dev’essere un essere realmente vivente; 2)
ci dev’essere la conoscenza, da parte di chi uccide, che si
tratta di un essere vivente; 3) ci dev’essere l’intenzione
di uccidere; 4) si deve compiere l’atto di uccidere, o di
istigare all’uccisione; 5) l’essere in questione deve
effettivamente morire.

Chiunque tenti di uccidere un altro essere deve soddisfare
tutt’e cinque queste condizioni per derivare il pieno
effetto della sua mala azione, oppure che ne solo alcune a
causa di qualche ostacolo. L’effetto (vipâka) dipenderà
dalla misura in cui le condizioni vengono soddisfatte.

E’ chiaro che mangiando la carne cotta che vi servono nel
piatto non si dà alcuna di queste condizioni. Comunque,
dev’esser chiaro che se un essere vivente venisse ucciso
espressamente per voi, ciò sarebbe akusala kamma. Sia che
l’uccidiate voi stessi, sia che qualcuno lo faccia in vece
vostra, se siete coscienti del fatto che un essere viene
ucciso e date il vostro consenso all’uccisione, ciò
costituisce un akusala kamma.

Perciò la carne si può mangiare senza dar luogo a un
akusala kamma se si danno le seguenti tre condizioni.

Adittha – Non si è visto uccidere l’animale.

Asuta – Non si è al corrente che è stato ucciso
appositamente per chi la mangia.

Aparisamkita – Non ci dev’essere nella mente della persona
che mangia la carne dubbio alcuno sul fatto che l’animale
non è stato uccisto apposta perché lei la mangiasse.

Devadatta commise l’atto grave di causare disarmonia nel
Sangha. Era invidioso della fama e del seguito del Buddha e
insistette perché il Buddha aggiungesse alcune regole al
codice di condotta dei monaci (vinaya). Il Buddha rifiutò,
perché non ritenne che queste regole aggiuntive fossero
utili. Fu allora che Devadatta operò il suo scisma. Una
delle regole che voleva aggiungere era proprio che i monaci
non dovessero mangiare carne. Il rifiuto del Buddha chiarì
che, in accordo coi suoi insegnamenti, mangiare carne già
macellata, proveniente a un animale che non sia stato
macellato appositamente, non può costituire un akusala
kamma.

Per vedere l’aspetto positivo (kusala kamma) del non
mangiar carne, bisogna prendere in considerazione la prima
delle dieci virtù (paramita), ossia la generosità (Dâna).
Il Buddha affermò che Dâna è il primo kusala kamma perché è
doppiamente importante. Infatti donando non si ottiene
soltanto il beneficio del dono che si fa, ma si riduce
anche la brama (tanhâ), che è causa di sofferenza. Perciò
quando si pratica Dâna non si riceve solo il risultato
(vipaka) della buona azione compiuta, ma si riduce anche
l’avarizia, perché donando un cosa si rinuncia
all’attaccamento ad essa.

Secondo l’insegnamento del Buddha ci sono tre tipi di Dâna:

1. Âmisa Dâna

2. Abhaya Dâna

3. Dhamma Dâna

Âmisa Dâna è la generosità ordinaria, donare cibo, vestiti,
ecc. Abhaya Dâna, che comporta un merito maggiore, è il dono
della vita. Quando si libera un vitello destinato al macello
o un animale tenuto prigioniero in gabbia, si fa il dono
della vita. Un medico compassionevole, che curi i poveri
senza riceverne compenso fa il dono della vita se la
malattia, senza le sue cure, fosse esiziale. Altre persone,
come i pompieri, danno la vita per salvare quella degli
altri. Perciò quando vi astenete dal mangiar carne dovreste
farlo con l’intenzione di salvare la vita a un manzo, a un
pollo, a un pesce o a un altro animale. E’ chiaro che, nel
corso d’una vita intera, se vi astenete dal mangiar carne,
un certo numero di animali non verranno uccisi. In altre
parole, come risultato dell’astensione dalla carne ci si
può attendere una riduzione delle macellazioni. E poi non
bisogna dimenticare che anche l’osservanza dei cinque
precetti costutuisce Abhaya Dâna. Perché se una persona si
astiene dall’uccidere esseri viventi non c’è timore che
possa danneggiarne alcuno, almeno consapevolmente. Perciò
anche il dono dell’assenza di timore è Abhaya Dâna.

Ciò che chiamiamo “merito” (puñña) è la felicità che si
ottiene in cambio di una buona azione. Se vi pentite di un
dono fatto, oppure se lo fate per farvi vedere dagli altri,
il merito si riduce. Perciò la felicità che si sperimenta è
frutto del merito guadagnato. Secondo l’insegnamento del
Buddha, la mente viene prima di tutto. Ogni volta che vi
astenete dal mangiare un piatto di carne, godete della
felicità che ve ne deriva e pensate, con compassione, alla
vita che sarebbe stata sacrificata per darvi della carne da
mangiare. Fate uso di questa opportunità per approfondire la
pratica della compassione e dell’amorevolezza verso tutti
gli esseri senzienti. Allora maturerete pienamente il
frutto del vostro generoso dono della vita.

Il terzo tipo di Dâna è Dhamma Dâna, ossia il dono che
contribuisce alla diffusione degli insegnamenti del Buddha.
Il Buddha disse: “Sabba dânam dhamma dânam jinâti” che
significa che il dono del Dhamma supera qualunque altro
dono. Questo è il dono supremo, perché seguendo la via da
lui tracciata gli esseri viventi possono sfuggire al
perpetuo ciclo di nascita, decadenza e morte.

La differenza tra una pianta e un’animale è che l’animale
ha una mente. Nel Buddhismo la mente è la cosa più
importante di tutte. E’ tramite lo sviluppo mentale
ottenibile con la meditazione che si può raggiungere il
Nibbâna. Gli insegnamenti di tutti i Buddha si possono
riassumere in tre precetti: 1) Non fare il male; 2) fare il
bene e 3) purificare la mente. Anche se la pianta ha vita,
non ha però una mente. Non avendo una mente non intrattiene
pensieri come avidità e avversione che causano la rinascita
nel samsara. Generalmente prendiamo in considerazione solo
cinque sensi: vista, udito, odorato, gusto e tatto. Ma nel
buddismo il sesto senso è la mente, nella quale i pensieri
mutano di continuo. Il primo precetto, “panâti patâ
veramani sikkhâ padam samâdiyâmi”, tradotto alla lettera
significa, “mi impegno a seguire il precetto di astenermi
dall’uccidere esseri che respirano” ovvero esseri viventi.
Il Buddha si riferiva agli animali, non alle piante, perché
l’uccisione di un animale è un akusala kamma che destinato
ad apportare come risultato (vipâka) sofferenza futura.

Spero che adesso, quando la gente vi chiederà conto del
vostro vegetarismo, potrete spiegare diffusamente perché
avete deciso di astenervi dal consumo di carne. Comunque se
gli altri capiranno oppure no, se saranno d’accordo o meno
con voi, non deve fare per voi alcuna differenza.
Continuate ad aasaporare la gioia che deriva dalla
compassione che provate astenendovi dalla carne. Allora
otterrete il pieno beneficio del vostro dono generoso: il
dono della vita.

Radhika Abeysekera

Radhika Abeysekera ha incominciato a insegnare e a scrivere
libri per riavvicinare al buddismo gli immigrati in paesi
non buddisti. I suoi libri sono strutturati in modo che un
genitore o un insegnante possa adoperarli per insegnare il
buddismo ai bambini. Radhika è una sostenitrice dell’idea
che i genitori debbano prima studiare e praticare il Dhamma
in prima persona, perché non si può dare ai figli quel che
non si ha. I suoi libri hanno anche lo scopo di far
conoscere il Dhamma tra i non buddisti, in modo che possa
derivarne pace e armonia, tramite la comprensione e il
rispetto per le filosofie e le fedi degli altri.
Attualmente sta scrivendo il suo secondo libro, sui parenti
e sui discepoli del Buddha.

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