AUTOMATISMO: CONOSCERE DIALOGANDO

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AUTOMATISMO: CONOSCERE DIALOGANDO

di Antonio Bruno
per Edicolaweb

Il termine “automatismo” può avere una vasta gamma di accezioni e di applicazioni in quanto si
tratta di una parola che cerca di definire un concetto dalle svariate sfaccettature pratiche. Ma
possiamo ritenere che la psicologia abbia diritto di precedenza nel rivendicare una certa paternità
del termine in questione.

Per la psicologia, “automatismo” è da intendersi un qualsiasi gesto, in genere dunque di carattere
“motorio”, che tende a ripetersi nell’essere umano in seguito a frequente esercizio ed alla
conseguente “abitudine”. La coscienza, in questi casi, può essere assente e noi produrre ugualmente
notevoli creazioni “automatiche” come lo scrivere, il suonare, il poetare, ecc…

In campo parapsicologico, però, vi sono delle differenziazioni da fare nelle quali si accentua in
modo molto particolare quest’ultimo aspetto dell’automatismo, ovvero l’indipendenza dalla coscienza
e quindi, di conseguenza, da un diretto controllo volitivo di determinati fenomeni. Generalmente si
tratta di fenomeni di natura “psicologica” ovvero non-materiale, ma gli automatismi parapsicologici,
tuttavia, giungono a rendersi percepibili all’esterno necessariamente sotto una qualche forma di
strutturazione “visibile” o sensorialmente percepibile. È il caso, ad esempio, della “scrittura
diretta”, o dell’ “automatismo parlante”, oggi spesso accomunato con il termine di più ampia
accettazione “channeling”.

In psicologia, l’automatismo non può che rifarsi a quello che possiamo definire il bagaglio
conoscenziale del soggetto, sia a livello individuale che di inconscio collettivo. Ma in
parapsicologia c’è un netto distacco fra il fenomeno che si verifica e la specificità inconscia del
sensitivo, tanto da suggerire fortemente il sovrapporsi o la temporanea “sostituzione” della
coscienza soggettiva con un’altra di natura estranea. Possiamo, anzi, ritenere che tutti i fenomeni
paranormali ci presentano un evincersi di fatti totalmente estranei alla coscienza del soggetto e,
pertanto, di matrice tuttora completamente sconosciuta.

Stando bene attenti, comunque, fin dal XIX secolo, gli studiosi hanno potuto individuare dei precisi
tipi di presunta attività extrasensoriale nei quali potevano ravvisarsi, piuttosto probabilmente, i
tratti di automatismi soggettivi. Prendiamo, ad esempio, i movimenti del “pendolo” o della
“bacchetta divinatoria” in radiestesia: qui è evidente che, tramite movimenti muscolari inconsci,
appunto “automatici”, quei “rivelatori rabdomantici” traggano il loro oscillare più o meno vistoso.
Se ne parlò a partire dal 1830, con Michèl Eugène Chevreul, poi nel 1854, quando lo stesso studioso
si dedicò allo studio della “bacchetta divinatoria.” Si tratta di un “automatismo motore”, il quale,
però, forse per molti inaspettatamente, si è rivelata una spiegazione insufficiente per spiegare una
vasta gamma di fenomeni. L'”automatismo motore” ha una sua parte, anche importante a mio avviso, in
fenomeni di natura radiestesica o rabdomantica ma non dobbiamo mai dimenticare, in parapsicologia,
di non confondere i “mezzi” con le cause e di non fermarsi ai primi giudicandoli la fonte e la
spiegazione finale di tutti i fenomeni, allo stesso modo in cui non possiamo considerare
un’automobile che si sposta scollegata dal suo guidatore. Ma cos’è, allora, questo “guidatore”? La
questione, qui, si fa complessa e, come accennavo prima, di difficile risolvibilità, vista la natura
variegata ed estremamente sfuggente dei fenomeni parapsicologici. Ma noi sappiamo bene che non è
tale natura un motivo sufficiente per accantonare come inutile il loro studio, anzi, dovrebbe
costituirne uno stimolo continuamente attivo fino a che non si postulino uno o più leggi esplicative
che permettano di tracciare un modello al tempo stesso “unitario e differenziato” dell’ampia
fenomenologia.

Consideriamo due tipi piuttosto interessanti di “automatismo”: quello “creatore” e quello
“parlante”.

L’automatismo “creatore” consente ad un sensitivo di creare, appunto, opere d’arte spesso bellissime
e complesse sia nel campo dello scrivere che in quello della musica o delle arti visive. Nel
fenomeno dell'”arte automatica”, ad esempio, sono noti parecchi casi di artisti-sensitivi i quali
dichiarano e dimostrano di realizzare mirabili composizioni in un evidente stato di trance, stato
nel quale i movimenti sono sicuri e veloci, del tutto avulsi dalle normali manifestazioni di un
controllo cosciente e diretto. È da tener presente che questi eventi si realizzano con sensitivi
molte volte del tutto a digiuno dell’arte che producono, ovvero scrittori che non hanno mai avuto
particolare talento compositivo, musicisti che non sanno nemmeno leggere la musica sul pentagramma o
suonare uno strumento ad orecchio, e pittori che, normalmente, non sarebbero in grado di
distinguersi molto da comuni imbianchini. Evidentemente, esiste un determinato “stato di
produttività ampliata” sulla cui natura possiamo abbastanza sbizzarrirci nel fare ipotesi.

L'”automatismo creatore” sembra spesso essere “diretto” da una volontà estranea ma, in questo caso,
entriamo in quel settore difficilmente codificabile in modo razionale nel quale ognuno è libero di
soggettivizzare le sue convinzioni, almeno finché non si saranno trovate spiegazioni convincenti.
Non sono rari, pertanto, casi di sensitivi che si dichiarano convinti che la loro mano o le loro
opere siano direttamente guidate da “spiriti di disincarnati” o da una qualche entità spirituale.
Noi ci dobbiamo, rispettosamente, limitare a dire: “possibile”, ma non sicuro…

L'”automatismo parlante”, come dice il temine stesso, consiste nella produzione di lunghi monologhi,
in genere ben strutturati e differenti dal parlare ordinario del soggetto, effettuati in stato di
trance. Chi volesse spiegare questi fenomeni come una sorta di ipnosi, deve tener presente che
esiste, con l’ipnosi, una differenza sostanziale: in ipnosi, infatti, il soggetto parla sempre in
prima persona, si riferisce al suo vissuto e comunica, non di rado, eventi che in stato ordinario
non vorrebbe mai comunicare o far affiorare allo stato conscio; nell'”automatismo parlante”, invece,
le comunicazioni parlano sempre un linguaggio “al plurale”, ovvero come se fosse proveniente da più
persone. Ancor più frequentemente, si producono messaggi “per interposta persona”, cioè chiaramente
autodichiarantisi estranei alla personalità del sensitivo. In questo caso, che i parapsicologi
cercano di definire meglio con il termine di “Personificazione”, chi comunicherebbe potrebbe essere
sia entità disincarnate che entità tuttora viventi nel corpo fisico, sebbene inconsapevoli di quanto
sta avvenendo.
Il parapsicologo Ugo Dettore, da me spesso tirato in campo nell’approfondimento casistico di eventi
paranormali, dice al proposito:

«Molto rari sono i casi in cui il soggetto parla automaticamente in condizioni apparentemente
normali, rendendosi conto di quello che dice pur avendo coscienza che non proviene dalla sua
volontà. Presentarono fenomeni di questo genere il medium Horace Leaf, attivo nei primi decenni del
nostro secolo (XX, n.d.a.), la sensitiva Florence Morse, sua contemporanea, la signora Fraya,
studiata dall’ Osty e pochi altri.
Un caso particolare di automatismo parlante si ha quando il soggetto, di norma in trance, ma in
rarissimi casi noti in stato normale, parla e intende lingue che non conosce, la cosiddetta
“xenoglossia”.»

A quest’ultimo proposito, non posso fare a meno di ricordare alcuni casi accadutimi personalmente
come, ad esempio, quando, recatomi con un gruppo di amici in un vecchio forte austroungarico, ho
iniziato all’improvviso a “gridare” delle frasi tedesche, lingua da me sconosciuta completamente ed
avendo la fortuna di annoverare fra il gruppo una donna che sapeva il tedesco, siamo riusciti a
tradurre frasi di spavento ed angoscia, come se fossero state “captate” dai pensieri remoti dei
poveri soldati morti o costretti nelle atroci condizioni del primo conflitto mondiale in quei
bunker-tomba di cemento armato… In Toscana, in un luogo etrusco (Volterra), in corrispondenza
delle note Balze, un’altra volta ho iniziato a profferire frasi in un linguaggio del tutto ignoto,
da noi registrato, ma che pareva, comunque, articolato e definito, con parole che si ripetevano a
avariati intervalli e nessun tentennamento… Etrusco? Chi lo sa.

La Parapsicologia, in genere, tende ad associare a questi fenomeni una spiegazione di carattere
dissociativo, ovvero psicologico. Tuttavia, il mio parere è che non dobbiamo mai dimenticarci che,
in realtà, siamo immersi in un mondo che è solo apparentemente statico e materiale. Il nostro
pensiero, temporaneamente localizzato in noi come individui, non solo non è sempre legato in modo
indissolubile al cervello fisico (se non nei mezzi espressivi) ma può anche prodursi all’esterno di
cervello e psichismi soggettivi, forse attingendo ai famosi “serbatoi cosmici di conoscenza”, forse
l’inconscio collettivo o il subconscio di specie. Ma, proprio per l’estrema complessità delle
relazioni interdimensionali che sono percorribili in senso “trasversale” da qualsiasi fonte
pensante, non me la sento di escludere in modo assoluto che pensieri “estranei” possano essere in
qualche modo “convogliati” verso un ricettore incarnato, con un cervello che decodifica ed una voce
(o altro) che esprime. Gli automatismi, allora, sarebbero, in questi casi, nient’altro che “radio
che si accendono” o, per adeguarci ai tempi, e-mail che arrivano al nostro essere in particolari
stati ricettivi. E-mail con “allegati” artistici, creativi, musicali…

Fantascienza? Non ne sarei tanto sicuro. Sono convinto, infatti, che l’universo che ci si spiegherà
di fronte nei decenni a venire, ci riserverà non poche sorprese nel campo dell’intima struttura
energetica che permette anche le “trasmissioni del pensiero”, di informazioni, di conoscenza. Una
conoscenza che, forse, da sempre si veicola in modi svariatissimi, a volte o spesso volitivamente ed
intelligentemente diretti.
Andarle incontro significa solo, a mio avviso, studiare e trovare metodi sempre più adeguati di
decodificazione, scartando decisamente il “superfluo” o l’autoindotto (per quanto interessante dal
punto di vista psicologico) e dedicandoci all’individuazione del nuovo “linguaggio della
conoscenza”.
L’uomo, allora, non sarebbe più solamente un “esploratore dell’ignoto”, ma un “conoscitore
dialogante”. La differenza non è irrisoria ed è degna di un’attenta riflessione.

assgraal@katamail.com

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