Astronomia e astrologia nella tradizione indovedica

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Astronomia e astrologia nella tradizione indovedica

(prima parte)

di Giridhari das
(Dott. Tiziano Valentinuzzi)

I Veda sono un’eredità preziosa dell’India. “Veda” significa conoscenza e include anche la
conoscenza astronomica. In molte fonti vediche si può notare l’importanza attribuita
all’osservazione del cielo e al calcolo delle posizioni del Sole e della Luna, dei principali
pianeti e delle stelle. Nella storia dell’astronomia occidentale è stato quasi del tutto trascurato
il contributo indovedico; è stato spesso ignorato perché considerato ascientifico e mitologico o
perché si è pensato che attingesse alla tradizione greco-babilonese, e che quindi non costituisse un
apporto originale. In realtà ci sono tracce, talvolta evidenti e talvolta nascoste nella poesia e
nella metafora, di una profonda conoscenza astronomica racchiusa nei Veda in generale e in alcune
loro sezioni in particolare.

Secondo l’attuale ricerca scientifica l’universo è una distesa immensa di milioni di galassie che
interagiscono tramite l’attrazione gravitazionale. Esso è così vasto che un raggio luminoso lo
attraversa tutto in circa quindici miliardi di anni. Alcune cosmologie che si avvalgono della teoria
delle superstringhe, un nuovo metodo di concepire l’origine dell’universo, affermano che il nostro
universo non è l’unico universo, ma che esistono “grappoli di universi”. La Terra è un
infinitesimale e fragile globo che si muove all’interno di questa vastità senza confini. Questo è
anche ciò che i Veda tramandano. Infatti nel Bhagavata Purana, un’opera vedica risalente a 5.000
anni fa, viene per esempio descritto che “tutti gli universi sono raggruppati insieme e sembrano
un’enorme agglomerato di particelle” (Bhagavata Purana 3.11.41), oppure che “ci sono innumerevoli
universi oltre al nostro e benché siano estremamente estesi, si muovono come atomi in Te.”
(Bhagavata Purana 6.16.37); inoltre in molti passi si afferma che il pianeta Terra è solo uno dei
tanti pianeti.

Nell’affrontare lo studio delle scritture vediche, e specialmente di quelle parti relative a
contenuti scientifici, bisognerebbe liberarsi dai preconcetti di superiorità nei confronti degli
antichi che potrebbero impoverire un’analisi dalla quale si può attingere grande saggezza e verità
[1]. Gli antichi saggi vedici svilupparono le scienze astronomiche, mediche, del linguaggio,
dell’architettura e della spiritualità in modo straordinariamente approfondito e preciso, tanto che
ancora oggi sono tutt’altro che superati: antichi non è sinonimo di primitivi.

LA SCIENZA DEL TEMPO

Per millenni l’uomo si è chiesto che cosa sia il tempo e che tipo di influenza abbia sulla vita di
tutti i giorni.
Nell’era moderna gli scienziati hanno cominciato a trattare più in profondità l’argomento, ma sono
ancora ben lontani dall’afferrare completamente il significato del tempo. Per alcuni è solo una
successione di istanti, o in altre parole un sistema di riferimento, un’illusione, ma per altri è
l’essenza stessa dell’universo. Aristotele affermava che il tempo è lo studio del movimento nella
prospettiva “del prima e del poi”, Einstein ha introdotto il concetto di inseparabilità e relatività
di spazio e tempo ma diceva che “il tempo non è nella fisica, non può essere oggetto di scienza”, e
Bergson confermava che il tempo è troppo complesso per la scienza. Il grande fisico russo e premio
Nobel Ilya Prigogine spiega la natura del tempo introducendo il concetto di irreversibilità nella
fisica come indicatore della freccia del tempo, o della sua direzione univoca [2].

In fisica un fenomeno si dice irreversibile quando non è possibile riportare allo stato iniziale un
sistema reale senza un intervento energetico dall’esterno. Prigogine commenta: “… per me, l’uomo
fa parte di questa corrente di irreversibilità che è uno degli elementi essenziali, costitutivi
dell’universo.” [3] Egli considera quindi l’irreversibilità, l’unidirezionalità dei processi fisici
e quindi del tempo come principio creatore o organizzatore delle strutture del macrocosmo e del
microcosmo; sostiene infatti che “dobbiamo considerare il tempo ciò che conduce all’uomo e non
l’uomo come creatore del tempo.” Negli scritti vedici tali concetti vengono trattati in modo
alquanto approfondito. Uno dei risultati della teoria della relatività di Einstein è che il tempo
appare essere più lento per corpi che viaggiano a velocità molto elevate, prossime a quella della
luce; il tempo non è un’unità di misura fissa ma è variabile o relativo.

Un esempio di questa “dilatazione del tempo” si trova nel Bhagavata Purana (9.3.30-32) quando si
narra di un uomo che volle raggiungere i pianeti celesti per porre alcune domande al Creatore; si
fermò per venti minuti ma quando ritornò sulla Terra erano passati millenni; non vi ritrovò né
familiari né amici. Questo Purana ci informa quindi che ci sono diverse scale temporali in diversi
luoghi dello spazio cosmico. Nello stesso testo (3.11.4) viene spiegato che “Il tempo elementare
viene misurato secondo lo spazio atomico che copre….” stabilendo in modo inequivocabile la stessa
stretta connessione tra spazio e tempo elaborata dalla teoria di Einstein, oggi formalmente
riconosciuta.

Nella Bhagavad-gita (11.32), la più famosa tra le Upanishad vediche, Krishna spiega: “Io sono il
Tempo, il grande distruttore dei mondi”; viene qui indicata l’importanza del fattore tempo e del suo
ruolo nella creazione. Il Tempo consuma le cose di questo mondo, compresi i nostri corpi che sono
inesorabilmente destinati a morire. Il tempo è la sorgente di tutti i movimenti, è il supremo
controllore del tri-guna [4], le tre energie che in-formano l’universo. Il tempo ha quindi vita
propria separata dall’universo, anzi ne è all’origine, è la matrice che lo sostiene e che gli dà
vita e significato.

ASTRONOMIA VEDICA

Gli scritti vedici sono una fonte inesauribile di importanti indicazioni che i grandi saggi del
passato hanno elaborato ma soprattutto vissuto e realizzato. La presenza nei Veda di concetti
astronomici che sono considerati attualmente di una certa modernità è piuttosto frequente e ne
possiamo concludere che nell’antichità c’era un vivo interesse per la ricerca e l’osservazione
scientifica. Non ci addentreremo nell’intricato campo dell’analisi particolareggiata di questi
scritti, ma riporteremo qualche esempio per creare un orizzonte di senso. L’Aitareya Brahmana (3.44)
dichiara: “In realtà il Sole non sorge e non tramonta mai…. poiché quando arriva la fine del
giorno produce due effetti opposti, crea la notte per quelli che stanno sotto e il giorno dall’altra
parte. Raggiunta la fine della notte crea il giorno per quelli che stanno sotto e la notte
dall’altra parte. [5]”

E similmente nella Satapatha Brahmana (1.6.1-3) troviamo: “…dato che mentre i primi stanno ancora
arando e seminando, gli altri stanno già raccogliendo e trebbiando… [6]”. Nel Visnu Purana
troviamo inoltre una chiara idea del funzionamento del fenomeno delle maree: “In tutti gli oceani la
quantità totale di acqua rimane la stessa e non cresce né decresce; ma come l’acqua in un calderone
si gonfia per il calore così le acque dell’oceano crescono al crescere della Luna. Le acque benché
non aumentino né diminuiscano, si dilatano e si contraggono mentre la luna cresce e cala….”[7] E’
interessante notare che il Markandeya Purana (54.12) descrive la Terra come schiacciata ai poli e
rigonfia all’equatore, indicando che essa non possiede una forma perfettamente sferica, nozione
astronomica di una certa attualità; viene descritto perfino che la causa del colore azzurro del
cielo è la dispersione della luce solare (Markandeya Purana, 78.8, 103.9). Similmente è possibile
trovare riferimenti in cui si afferma che il Sole si trova al centro del sistema solare (Markandeya
Purana, 106.41) e che l’universo ha avuto origine da una sorta di stato condensato ad altissima
temperatura, come milioni di soli estremamente brillanti (Bhagavata Purana 3.20.16) e che in seguito
c’è stata una specie di esplosione o espansione (Bhagavata Purana 3.10.7), descrizione
straordinariamente simile alla famosa teoria del Big Bang.

SCIENZA E FEDE

Un tempo tre uomini ciechi si avvicinarono ad un elefante, cominciarono a toccarlo e a congetturare.
Il primo toccò una zampa e disse:” Oh, l’elefante è come un pilastro!”, il secondo toccò la
proboscide e disse “Oh, l’elefante è come un serpente!”,
mentre l’ultimo toccò il fianco e disse: “Oh, l’elefante è come una grossa nave!”. Chiaramente
nessuno dei tre fu in grado di dare una descrizione appropriata dell’elefante, in quanto erano tutti
e tre ciechi. Ci troviamo in una situazione simile quando studiamo l’universo; da una parte la
limitazione dei nostri sensi (la cecità) e dall’altra il nostro stato mentale (i preconcetti) che ci
porta a pensare e valutare in base alla nostra limitata esperienza e ai nostri paradigmi.

Per esempio siamo in grado di percepire solo una piccolissima parte dello spettro elettromagnetico:
i nostri occhi vedono solo tra 400 micron e 800 micron circa, una frazione infinitesimale
dell’insieme delle vibrazioni elettromagnetiche presenti nel nostro universo. Ma anche in questo
range di frequenze i nostri occhi e i nostri preconcetti talvolta ci ingannano, infatti, per
esempio, oggetti lontani ci sembrano piccoli anche se non lo sono. Oggi, per evitare tali errori, si
usano apparecchiature scientifiche sempre più sofisticate e potenti che in parte risolvono queste
problematiche. Eppure i dati da esse prodotti vengono poi comunque analizzati da esseri umani che
sono soggetti agli errori di cui sopra. Si potrebbe dunque concludere che qualunque tipo di scienza
è limitato in qualche modo dagli strumenti che usa.

Poiché i nostri sensi sono collegati alla mente e la mente può proiettare immagini nelle nostre
percezioni, spesso vediamo ciò che ci aspettiamo di vedere e non ciò che c’è veramente di fronte a
noi, come gli uomini ciechi della storia. Gli scienziati prima della rivoluzione scientifica si
ritrovarono in una simile situazione socio-culturale; essi notarono che spesso le convinzioni della
gente sull’universo materiale erano frutto di particolari vedute religiose o filosofiche e non di
qualcosa che poteva essere dimostrato. Controprova di questo è il famoso esperimento del padre della
scienza moderna, Galileo Galilei: egli dimostrò che due oggetti di peso diverso che cadono dalla
stessa altezza (la torre di Pisa) raggiungono la terra con la stessa velocità in contrasto con
l’affermazione di Aristotele che affermava invece che oggetti di peso diverso cadono a velocità
diverse.

La visione di Aristotele fu accettata per sedici secoli sulla base di una fede che ha le
caratteristiche della fede cieca. Molti contemporanei di Galilei non accettarono che uno sconosciuto
volesse contraddire il grande Aristotele e lo disprezzarono: in questo modo il loro modo di credere
in Aristotele era uno stato mentale che impediva loro di vedere la realtà, l’elefante di fronte a
loro. Naturalmente tutto questo e molto altro ancora ha portato il nascente movimento scientifico
alla realizzazione che la religione spesso corrompe la percezione con la credenza o la fede cieca.
Uno dei più drammatici esempi di questo conflitto fu l’argomentazione sulla centralità della Terra o
del Sole nell’universo. Come Aristotele, Tolomeo era un pensatore greco che ebbe un’immensa
influenza fino al quindicesimo secolo in Europa, le sue affermazioni sull’astronomia erano ancora
accettate sulla “fiducia”.

Era solo il suo punto di vista che la Terra è il centro del sistema solare e che il Sole le ruota
attorno, ma altri pensatori greci e indiani avevano già dimostrato che la Terra è sferica e che il
Sole è il centro del sistema solare. Per varie ragioni la Chiesa adottò la visione di Tolomeo
assolutizzandola in modo ascientifico (fatto che probabilmente egli stesso come scienziato non
avrebbe accettato) e la risposta a tutti coloro che tentavano di minare tale visione era la
scomunica e la morte. Gli sfortunati effetti di questa “guerra” tra scienza e religione sono
presenti ancora ai nostri giorni. Oggi si definisce scienza una teoria che abbia un costrutto
logicomatematico consistente e che sia descrivibile tramite esperimenti ripetibili. Se solo una di
queste due caratteristiche viene a mancare non si può parlare di scienza.

(…continua nel prossimo numero)

[1] Cfr. René Guénon, Introduzione generale allo studio delle dottrine indù, Milano 1989, ed.
Adelphi.

[2] A tal proposito l’antico filosofo greco Parmenide affermava che non ci si può bagnare due volte
nello stesso fiume e forniva quindi un paradigma interpretativo dei concetti esposti da Ilya
Prigogine già millenni or sono.

[3] Ilya Prigogine, La nascita del tempo, Milano 1994, ed. Bompiani, pag. 21.

[4] La manifestazione materiale è regolata da tre forze o energie strutturanti; essa, pur essendo
neutra in quanto non dotata di volontà propria è pervasa da una triplice energia detta in sanscrito
tribuna. Cfr. Marco Ferrini, Cosmogonia Vedico-Puranica, Pisa 2002, Ed. Centro Studi Bhaktivedanta.

[5] M.Haug, Aitareya Brahmanam of the Rig Veda, Varanasi 1977, Bharatiya Publishing House.

[6] Eggeling J., The Satapatha Brahmana, Delhi 1978, Motilal Banarshidass.

[7] Wilson H.H., The Visnu Purana, Calcutta 1972, traduzione, Punthi Pustak, cap.1.

(da Movimento ISKCON di Settembre-Ottobre 2005)

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